La guerra


 

In guerra con gli alpini

AlpinoNel gennaio 1942, Andrea Bordino, diciannovenne, fu arruolato nell’Artiglieria alpina della Cuneese.

All’improvviso giunse per gli Alpini l’ordine di trasferimento sul fronte orientale. Ignari del loro destino, male equipaggiati, stipati con i muli sulle tradotte militari e con il pianto nel cuore partirono per la Russia. Tra loro c’erano anche Andrea e Risbaldo.

Le dotazioni e le strategie dell’esercito italiano erano inadeguate. I combattenti capirono subito che stavano andando incontro a un’assurda carneficina. Di giorno in giorno la tragedia assumeva proporzioni inaspettate; la maggior parte dei soldati non parlava: per non impazzire di disperazione cercavano di non pensare.

Dopo quindici giorni di viaggio, attraversata la Polonia, le tradotte raggiunsero Kiev; di lì, per altre due settimane, Alpini e muli carichi di armi e zaini e giberne proseguirono a piedi per circa venti chilometri al giorno. Affidato al Comando Reggimento, Andrea procurava il foraggio agli animali e distribuiva vettovaglie e coperte ai commilitoni.

Presto furono tagliati alle spalle i rifornimenti dall’Italia, e i soldati dovettero arrangiarsi per togliersi la fame e ripararsi dal gelo.

Un giorno un compagno di armi di Andrea rovistò un fondo di magazzino e trovò una forma di formaggio e una lattina d’olio. Affidò il tutto ad Andrea perché lo conservasse nascosto nella soma del mulo. Alla sera il commilitone reclamò la sua scoperta, ma era troppo tardi: Andrea aveva incontrato alcuni Alpini esausti e li aveva ristorati con quel formaggio.

Prigionieri

prigionieriNel dicembre 1942 i sovietici sferrarono una grande offensiva con una manovra a tenaglia. Il Corpo d’armata alpino si trovò a dover ripiegare in condizioni di inadeguatezza di mezzi, armi e vestiario. Il 26 gennaio 1943 i due fratelli furono fatti prigionieri dai sovietici.

Gli scarponi perdevano le suole, i piedi congelati erano avvolti in brandelli di coperte, le gambe affondavano nella neve alta: erano queste le condizioni in cui i prigionieri vagavano giorno e notte.

Dopo il concentramento a Valujki, i fratelli Bordino furono rinchiusi in un carro bestiame e trasportati ad Ak Bulak: qui le loro strade si divisero.

A soffrire di più era Andrea: quel poco cibo che gli passavano lui lo spartiva con i malati e i moribondi pur di confortarli e non sentirli bestemmiare. Finché si ammalò di tifo petecchiale.

Trascorsi un paio di mesi, con migliaia di altri prigionieri, Andrea fu trasferito in Siberia, dove sopravvisse per quasi un anno tra grandi sofferenze. Un alpino, Francesco Toppino, anche lui di Castellinaldo, dopo la guerra raccontò di aver recitato parecchie volte il Rosario con Andrea, camminando nella neve senza sosta per sfuggire al congelamento. Un altro alpino, un certo Ghione, in quelle drammatiche giornate sentì Andrea promettere più volte: «Se ritorno a casa, voglio dedicare la mia vita ai sofferenti».

A Castellinaldo papà e mamma Bordino vivevano con angoscia la lontananza dei due figli prigionieri in Russia: di loro non avevano più avuto notizie. A sorreggere questo dolore c’era solo la fede, che si trasformava in preghiera: ogni sera la famiglia Bordino si riuniva per recitare il Rosario.

A migliaia di chilometri di distanza, sperduti nelle steppe sovietiche, anche Andrea e Risbaldo pregavano, e speravano.

Un pilone alla Consolata

guerraIl ritorno a Castellinaldo non era solo affidato ai desideri: era oggetto di preghiera e di un voto. Lo ha narrato il fratello Risbaldo e si riferisce al periodo del davai, la lunga marcia che portò i giovani alpini fino ai luoghi della loro prigionia. Una notte, particolarmente fredda, due alpini, Andrea Bordino e suo fratello Risbaldo, furono costretti a pernottare all’addiaccio, avvolti solo da una coperta. Si sentivano perduti, non avevano più le forze per reggersi in piedi, e quindi si distesero sulla neve, avvinghiati l’uno all’altro. Erano stanchissimi, ma il timore di morire congelati li teneva svegli. Per contrastare il sonno, Andrea propose al fratello di recitare il Rosario. Poi aggiunse: «Se sopravviviamo a questa notte e ritorniamo in famiglia, promettiamo di costruire un pilone alla Consolata, davanti alla nostra casa di Castellinaldo, e tutte le domeniche andremo a recitarvi il Rosario». Sorpreso dall’inaspettata proposta, il fratello rimase per un attimo in silenzio e poi rispose: «D’accordo per il pilone, ma ho paura di non farcela a recitare il rosario tutte le domeniche».

«Facciamo voto solo per il pilone».

All’alba, quando la luce iniziò ad illuminare il paesaggio, si ritrovarono circondati di morti, tra i cento e i duecento cadaveri. Andrea e Risbaldo erano sopravvissuti.

Andrea si convinse che il voto dovesse essere adempiuto, ma comprese anche che la salvezza ottenuta non era un dono che poteva godere da solo. E Andrea divenne un dono per gli altri.>

In un lager fatiscente

Artiglieria_AlpinaAndrea trascorse il primo anno di prigionia nel Karlag, un enorme lager sovietico situato in Kazakhstan. Qui i prigionieri abili al lavoro erano occupati nelle miniere di carbone. Nella primavera del 1944 Andrea e Risbaldo furono trasferiti, insieme ai prigionieri sopravvissuti, nel campo 19/3 in Uzbekistan, in un enorme lager con impianti fatiscenti. Lì furono avviati al lavoro nelle coltivazioni di cotone. Dal gelo della Siberia, Andrea e Risbaldo passarono al caldo tropicale. In cambio di una giornata di lavoro, ogni prigioniero riceveva una ciotola di brodo caldo e circa un chilo di pane. Andrea lavorava il cotone. Il fratello, responsabile della distribuzione del pane nel campo di concentramento, si interessò perché Andrea lasciasse il pesante compito della lavorazione del cotone. Riuscì a farlo spostare e a impiegarlo come aiutante panettiere. Dalle dichiarazioni di alcuni reduci, pare che Andrea avesse rifiutato i vantaggi che avrebbe potuto ricavare dal passaggio di categoria per restare tra i distrofici nel lazzaretto del campo (alcune baracche dove erano isolati i prigionieri infettivi o moribondi).

Gli scontri armati iniziarono a diminuire. Andrea, che ora conosceva un po’ di lingua russa, riuscì a fare amicizia con una famiglia del posto, la quale gli regalò un contenitore pieno di miele. Lo assaggiò, gli piacque, ma non fu capace di tenerlo per sé e quindi lo condivise con tutti gli Alpini che incontrava.

Il conflitto mondiale volgeva al termine. Gli Alpini lasciarono i campi di concentramento e cercarono la strada e un mezzo di locomozione che li riportasse a casa. Molti vagavano sbandati nell’immenso territorio sovietico.

Il ritorno a casa

PiloneA scaglioni, per strade diverse anche Andrea e Risbaldo cercavano di tornare a casa, un po’ a piedi, un po’ su carri agricoli, o su traballanti vagoni ferroviari che viaggiavano tra le rovine e le vittime della guerra.

«Dopo quasi quattro anni, finalmente, finita la guerra, con nostra grande gioia li vedemmo arrivare – scrisse la sorella Clelia –. Prima Andrea, che era in uno stato pietoso di denutrizione (pesava quaranta chili, meno della metà del suo peso normale); poi ritornò anche Risbaldo».

Andrea e Risbaldo ricevettero le cure e le attenzioni della famiglia. Per i due fratelli una delle prime cose da fare era mantenere quella promessa fatta una notte trascorsa all’addiaccio: erigere un pilone votivo alla Madonna Consolata. L’inaugurazione avvenne con una festa religiosa organizzata dalla parrocchia di Castellinaldo.

Quando si ripresero fisicamente, i due fratelli pensarono al loro futuro. Risbaldo iniziò a frequentare una ragazza del paese e progettava di formare una famiglia. Andrea era rimasto sconvolto dall’esperienza della guerra: a chi gli chiedeva di raccontare qualche episodio, lui riusciva a malapena a rispondere con monosillabi. Era cambiato. La sofferenza vissuta e quella vista negli occhi dei compagni, le migliaia di morti, la lotta per sopravvivere, i tanti rosari recitati, l’avevano segnato in modo indelebile. Non gli bastavano più il circolo cattolico, la banda musicale, gli amici del paese. Andrea era alla ricerca di qualcos’altro. Se ne accorse anche la sua famiglia e i compaesani, che lo vedevano ogni giorno andare in chiesa per la Messa e l’adorazione eucaristica.

 

Photogallery